Un piccolo giro nell’area a nord delle province di Reggio Emilia e di Parma, alla ricerca di luoghi di tradizione contadina e monumenti storici di un antico e recente passato.
Nella mattinata di oggi martedi 6 ottobre 2026 giungo nella cittadina di Correggio, situata a nord nella provincia di Reggio Emilia, dalla periferia imbocco corso Cavour e, dopo aver parcheggiato l’auto in pieno centro storico, entro nel Palazzo dei Principi, una elegante costruzione il cui cortile centrale è circondato per tutto il perimetro da archi a tutto sesto poggianti su pilastri di sezione circolare, i quali delimitano un camminamento perimetrale interno, interamente pavimentato con mattonelle in cotto.
Salgo al primo piano del lato sud del palazzo utilizzando una larga scala in pietra ed entro nel museo civico della città, la visita è gratuita e nelle sale e corridoi del museo ammiro opere del periodo rinascimentale che hanno in due quadri di Antonio Allegri detto il Correggio, al quale è intitolato il museo, i due maggiori punti di forza.
Di notevole interesse sono anche le opere dei maestri manieristi che si sono prodigati, nel loro percorso artistico, nella esecuzione di copie, per la maggior parte del Correggio, i cui originali sono oggi custoditi in alcuni dei maggiori musei d’Europa.
Terminata la visita al museo consumo un pranzo veloce nell’osteria “Del Filosso” a base di piatti della tradizione culinaria locale e proseguo poi la visita della città, la vicina piazza di San Quirino mi accoglie illuminata da una luce calda del primo pomeriggio, tipicamente autunnale, la statua che la città ha dedicato al Correggio è eseguita in marmo bianco e domina l’intera piazza dall’alto del suo basamento in stile neoclassico.
Il monumento più importante della piazza è la basilica Collegiata dei santi Quirino ed Arcangelo la cui costruzione fu iniziata nel 1512 e completata nel 1525, lo stile architettonico è il rinascimentale e l’interno è ben illuminato e di gradevole fattura.
Imponente è la torre campanaria (o torre civica) che si trova sul lato destro della facciata che accoglie sulla sua sommità il “campanone” del peso complessivo di 25 quintali, sia la facciata esterna della basilica che quella della torre campanaria sono costruiti con mattoni pieni di color rosso chiaro.
Dalla piazza entro direttamente in via Antonioli che sbuca in corso Mazzini, la via più importante della città, che è contornata da palazzi a due-tre piani le cui facciate sono tinteggiate con colori pastello con tonalità calde, per la maggior parte tendenti al rosso ed al giallo.
Le case hanno le facciate che guardano la strada, in acciottolato e lastricato in pietra, traforate da archi a tutto sesto che impreziosiscono tutto il corso, questa è una caratteristica architettonica che riscontrerò più volte bei centri abitati che visiterò nei prossimi giorni.
Dopo aver percorso un centinaio di metri circa in direzione est mi trovo di fronte alla facciata di Palazzo Cattini in cui, in un lontano passato, veniva amministra la giustizia e che oggi è visibile solo dall’esterno, palazzo Cattini è detto anche palazzo dell’orologio per il grande quadrante incastonato nel fregio murario che sovrasta la facciata del palazzo, per contro, alla base a livello strada della costruzione, si trova una scultura in marmo bianco, il monumento di Correggio ai caduti in guerra.
Da palazzo Cattini inizio a percorrere via Roma ed arrivo alla chiesa di san Francesco, elegante edificio di culto costruito alla fine del XV secolo con annesso uno spazio verde denominato orto di san Francesco, in questo periodo sia l’orto che la chiesa non sono visitabili in quanto nell’interno dell’edificio sono in corso importanti lavori di ristrutturazione, uno zelante capomastro me lo fa notare quando, in maniera incauta, cerco di entrare nel tempio per dare una semplice e fugace occhiata.
La visita a Correggio, paese natale di Antonio Allegri detto Il Correggio, importante artista rinascimentale volge ormai al termine, una breve occhiata alla chiesa di san Giuseppe oggi chiusa al pubblico ed alla elegante piazza Garibaldi chiudono il giro a questa piccola ma interessante cittadina emiliana.
I centri della provincia di Reggio Emilia, a nord del capoluogo sono sparsi in un grande territorio agricolo. Il loro impianto urbanistico è per tutti più o meno lo stesso, attorno ad un centro storico, costruito a circondare il tempio principale, la chiesa, si sviluppa una periferia di fattura moderna, nel senso “di più recente costruzione”.
I centri storici sono piccoli e velocemente visitabili, una delle caratteristiche che li accomuna tra di loro sono i portici, camminamenti pedonali ricavati dall’arretramento del piano terra rispetto al piano superiore degli edifici di almeno tre metri, questi camminamenti, a loro volta, sono separati dalla piazza o dalla via limitrofa da passaggi collocati in rapida successione, compresi tra pilastri di corposa sezione quadra sormontati da archi a tutto tondo, non eleganti in se ma, nel complesso, se si osserva tutta la costruzione dall’esterno, i passaggi dei portici movimentano una struttura architettonica che, altrimenti, sarebbe risultata liscia e normale, la via principale di Rolo, Castagnole Emilia e Rio Saliceto ne sono un esempio degno di nota.
I colori pastello con i quali le facciate sono dipinte, solitamente il giallo paglierino, rosso mattone e, a volte, rosso bordò (raramente si vedono azzurro e verde) conferiscono una certa giocosità non solo agli edifici ma a tutto il centro storico.
Questa sensazione, a dire il vero, sembra piuttosto strana, quasi fuori luogo in quanto questi centri storici appartengono a paesi agricoli in cui le persone svolgevano il mestiere di agricoltori, che non lasciava spazio al superfluo ma badava al concreto, al solido come proverbialmente si sa da illo tempore.
Questo passato contadino viene testimoniato da fotografie di formato gigante, quasi sempre in bianco e nero, che ritraggono giovanotti e ragazze poco più che ventenni, sempre sorridenti in posa davanti alla chiesa che stai guardando in quel momento o immersi nel verde delle campagne circostanti, fotografie scattate (io credo) nei primi anni cinquanta a giudicare dagli abiti e dalle linee di qualche automobile che, casualmente, rimane “intrappolata nell’immagine.
La provincia di Reggio Emilia e, più in generale, tutta l’area della pianura padana è stata teatro, dal 1920 fino a fine guerra, dell’operato di quell’antifascismo militante che si è opposto con fermezza alla nascente dittatura fascista, paesi come, ad esempio, San Martino in Rio ricordano con targhe apposte sui muri delle case il sacrificio di giovani uomini uccisi dalle squadre fasciste per essersi opposti, con idee e fatti concreti, al dilagare di un’ideologia malsana che tanti lutti fece tra la popolazione, e non solo, negli anni a venire.
La nobiltà composta da baronie amministrava le terre della regione beneficiando a piene mani dei proventi del raccolto e della sua lavorazione, essi risiedevano con gran lusso in castelli e rocche fortificate, costruite in punti strategici del paese dal quale dominavano le terre circostanti, di loro proprietà e affittate o subaffittate a grandi e numerose famiglie di contadini, che la lavoravano beneficiando, a loro volta, non di proventi in denaro ma di quel che restava dei prodotti della terra dopo che il grosso del quantitativo era stato venduto o utilizzato dal proprietario.
A Fabbrico e a San Martino in Rio ci sono due esempi di queste roccaforti, per la verità non molto grandi, la prima è visitabile in determinati giorni ma dall’esterno sembra in disfacimento, la seconda invece è ben tenuta ed ospita parte degli uffici comunali e un piccolo museo (anch’esso chiuso al mio arrivo) dedicato all’attività agricola, qui gli strumenti e gli arnesi da lavoro fanno bella mostra di se al di la fi uno spazio chiuso da vetro sito al piano terra nel cortile interno.
Giungo a Fontanellato verso le nove del mattino dopo aver guidato per una cinquantina di chilometri ed aver attraversato la provincia di Reggio Emilia ed essermi portato in quella di Parma.
Trovo quasi subito la rocca Sanvitale o rocca di Fontanellato nel centro del paese, un elegante castello circondato da fossato pieno d’acqua posizionato al centro della piazza Giacomo Matteotti.
La rocca di Sanvitale è un antico castello medievale la cui fortificazione originaria risale all’inizio del 1200, successivamente, nel corso dei secoli fu usata sia come roccaforte di difesa durante le battaglie di guerre locali sia come residenza di nobili, da Gian Galeazzo Visconti fino all’ultimo proprietario, il conte Giovanni Sanvitale che alla fine del XIX secolo la vendette definitivamente all’amministrazione comunale.
Attraversato l’unico ponte in pietra che dalla piazza permette di accedere al maniero, entro nel cortile di forma quadrata del castello il cui perimetro è circondato dalle pareti del maniero che chiudono tre piani all’interno dei quali sono collocate le stanze di pernottamento e di convivialità utilizzate a suo tempo dai proprietari.
Visito con entrata libera senza usufruire della visita guidata le stanze accessibili al piano terra, in particolare la saletta di Diana ed Atteone che ha sulle lunette pre-copertura un’affresco dipinto da Girolamo Francesco Maria Mazzola detto il Parmigianino, maestro alla cui bottega si formò il giovane Raffaello Sanzio.
L’affresco racconta di una vicenda legata alla dea della caccia, Diana, che non perdonò un cacciatore per averla guardata mentre ella si lavava nelle fresche acque di un torrente di montagna, per punizione Diana trasformò l’uomo in un cervo e lo fece uccidere dai suoi stessi cani. Nello stesso affresco il pittore rende omaggio al figlio neonato di una delle duchesse residenti che, pochi giorni dopo aver partorito, vide il figlio morire ancora in fasce.
Una volta uscito dal castello guardo dall’esterno una costruzione con lo stesso stile architettonico del maniero, le scuderie Sanvitale posizionate di fronte al ponte in pietra e, dopo aver compiuto un giro completo della piazza mi rimetto in marcia verso Roncole Verdi, dove arrivo nel primo pomeriggio dopo aver pranzato in uno dei locali caratteristici lungo la provinciale che attraversa in parte la pianura parmense.
Roncole Verdi è il paese natale di Giuseppe Verdi, il nome originario del borgo era Roncole, Verdi fu aggiunto successivamente nel 1963 per omaggiare il grande compositore, che nacque il 10 ottobre del 1813 nella sua casa dalla forma particolare che, all’epoca, oltre essere abitazione al piano terreno era trattoria e posto di rivendita di derrate alimentari gestita da Carlo Verdi, padre del musicista.
La casa è visitabile, ben tenuta fin nei minimi dettagli, con poche ristrutturazioni e rimaneggiamenti resesi indispensabili dall’incedere del tempo, suppellettili ed arredi vari quali tavoli, panche, credenze, pentolame e perfino rimasugli di cibo finto ricostruiti in materiale plastico sparsi su tavoloni mostrano le funzioni d’uso dei singoli locali dislocati su due piani. In particolare al piano superiore sul letto originale su cui la madre di Giuseppe Verdi, Luigia Uttini, lo diede alla luce, sta un grande mazzo di fiori dono della cittadinanza e nella stanza attigua si ammira, anche con una certa emozione, la sua prima spinetta che Giuseppe suonò fin dai primi anni di vita.
Da Roncole Verdi a Busseto il tragitto è breve, tre km circa, i suoi monumenti più importanti sono il teatro Giuseppe Verdi, Villa Pallavicino la chiesa di Santa Maria degli Angeli e la collegiata di San Bartolomeo Apostolo, i due templi sono visitabili e ne approfitto per dare una veloce occhiata anziché una visita approfondita, è ormai sera e mi appresto cosi a fare ritorno a casa.











