Trentino-Alto Adige, un viaggio tra realtà e fantasie

Se lo scorso gennaio la passione per i viaggi mi ha portato ad esplorare le bellezze naturali e storiche della Guadalupa, territorio d’Oltremare francese formato da sei meravigliose isole poste tra l’oceano Atlantico e il mar dei Caraibi, questa nuova esperienza mi ha visto percorrere gli itinerari più suggestivi di una regione d’Italia custode di un patrimonio ambientalistico e storico di rara bellezza.

Il grande desiderio di scoprire paesaggi sempre più incantevoli, carichi di un’energia unica, culla di fiabe e leggende, mi ha portato in Trentino-Alto Adige, terra dalle origini millenarie, un territorio caratterizzato dalla presenza di un’imponente ambiente naturale composto da nove catene dolomitiche riconosciute dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, da grandi parchi, valli, laghi, aree protette, e riserve naturali, in sintesi un patrimonio in grado di regalare ai tanti turisti che ogni anno popolano numerosi questo angolo d’Italia esperienze uniche in piena armonia con la natura.

Ma il Trentino-Alto Adige non è attrattivo soltanto grazie alle sue meraviglie ambientali, ma anche per le interessanti opere architettoniche risalenti anche al periodo medievale. Tra queste, i castelli giocano un ruolo di primo piano, tanto che se contano a centinaia.

In Trentino è possibile ammirare Il castello del Buonconsiglio, Castel Thun, Castel Toblino, Castel Beseno, Castel Valer, Castel di Pergine, Castel di Arco, Castel Presule e Castel Tasso, mentre in Alto Adige il numero è molto più elevato. Tra questi, il Castello di Brunico, Castel Tirolo, Castel Fontana, Castel d’Appiano, Castel Tures, Castel Coira, Castel de Tor, sono solo alcuni dei più conosciuti e visitati.

Grazie quindi al suo importante patrimonio storico, all’imponenza delle sue vette, alla maestosità delle sue valli, ai profumi delle sue distese boschive e alla trasparenza e ai colori vivaci dei suoi corsi d’acqua e dei suoi laghi, il Trentino-Alto Adige è una meta in grado di sprigionare sensazioni uniche, e gli itinerari predisposti per questa nuova entusiasmante avventura saranno finalizzati alla scoperta dei suoi principali tesori lacustri e storici ed alle leggende ad essi legati.

7 itinerari gli itinerari tracciati, 4 in Trentino e 3 in Alto Adige, per complessivi 20 laghi e 7 castelli da visitare nell’arco dei 13 giorni di permanenza in questa affascinante Regione italiana.

Tre le città scelte quali basi di partenza per le citate escursioni. Le prime quattro giornate del mio viaggio le trascorrerò nel piccolo centro di Caldonazzo, graziosa cittadina della provincia di Trento posta a ridosso dell’omonimo lago, adiacente a quello di Levico, comoda per raggiungere i laghi posti a sud e ad est del Trentino, le successive giornate saranno suddivise tra Cavalese, in Val di Fiemme, e Brunico, in Val Pusteria, molto più agevoli per raggiungere quelli posti a nord e nord ovest della Regione.

Animato quindi da un esauribile spirito d’avventura, con l’odierno viaggio verso il nord-est dell’Italia, posso ritenere iniziata questa nuova ed entusiasmante esperienza di viaggiatore tra le bellezze del nostro Paese.

  • Il viaggio è durato 7 Giorni
  • Budget speso Da 1.001€ a 1.500€
  • Ho viaggiato Da solo
  • Continenti visitati: Europa
  • Stati visitati: Italia
  • Viaggio fatto in estate
  • Scritto da Stefano Mappa il 27/10/2022
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  1. Giorno 1 - 22/09/2022

    Caldonazzo, 23 agosto 2022. Il fascino, l'imponenza ed il mistero di un'affascinante Dama bianca, nel racconto di questa prima giornata di escursioni

    La prima giornata di questo meraviglioso viaggio in Trentino-Alto Adige mi ha visto seguire un itinerario interamente dedicato ai castelli trentini: il Castello del Buonconsiglio, Castel Beseno, e infine Castel Pergine.

    La prima tappa è stato il Castello del Buonconsiglio. Per ammirare questa imponente opera architettonica risalente al dodicesimo secolo ho quindi raggiunto Trento. Appena 20 minuti d’auto e, dopo aver un po’ penato per un posto auto, finalmente varco la soglia di questa fortezza, frutto di costruzioni di epoche diverse.

    Mostrato il biglietto d’ingresso, acquistato al prezzo di Euro 20 attraverso il cosiddetto “Lasciapassare”, ovvero un documento personale che permette di visitare, nell’arco dell’anno, i cinque castelli che fanno capo al Museo Castello del Buonconsiglio, (Castel Thun, Castel Beseno, Castel Caldes, e Castel Stenico), finalmente varco la soglia dell’ingresso.

    Sede dei principi vescovi fin dal 1255, il Castello del Buonconsiglio di Trento è il più importante monumento storico-artistico della Regione. L’antica fortezza medievale, Castelvecchio, sorta sulla cima di un dosso roccioso intorno al mastio cilindrico detto Torre d'Augusto, si caratterizza della presenza di una raffinata loggia dalla quale è possibile ammirare un bel panorama della città di Trento e delle sue montagne. L’occasione è stata propizia per un bel selfie ricordo.

    Per mano del vescovo moravo Giorgio di Liechtenstein (1390 - 1419), a Castelvecchio venne aggiunta Torre Aquila, famosissima per gli affreschi gotici del Ciclo dei Mesi risalenti addirittura al quattordicesimo secolo; infine, di particolare interesse è il Magno Palazzo una delle più sontuose residenze rinascimentali d’Italia costruito in pieno Rinascimento.

    Ma per poter apprezzare ogni singola struttura la visita, della durata di circa due ore, mi ha visto raggiungere ogni singolo ambiente, regalandomi emozioni a non finire.
    Raccontare ogni angolo, scorcio, dipinto, ci vorrebbe un libro, quindi, mi limito a mettere in evidenza le tre principali strutture che compongono questo favoloso castello, che insieme ad un lussureggiante giardino, alcuni spazi aperti come la loggia, o la sala dei Vescovi, la Camera delle Udienze, Sala Grande e quella degli Specchi, la Libraia, e la Fossa dei martiri, luogo in cui venne giustiziato Cesare Battisti, fanno del Buonconsiglio un’opera di altissimo valore storico-culturale.

    Dell’antica fortezza di Castelvecchio, la cosa che mi ha particolarmente colpito è stata la sezione archeologica; tre stanze che illustrano la Preistoria, la Romanità e l’Alto Medioevo; a seguire è stata la volta delle sale rinascimentali, ambienti che ospitano dipinti e sculture in legno. L’ultima tappa è stata Torre Aquila, come già detto, molto pittoresca in virtù della presenza del Ciclo dei Mesi uno dei più affascinanti cicli pittorici del tardo Medioevo, la cui storia è stata possibile approfondirla attraverso l'ascolto di un file audio.

    Usufruendo del citato “Lasciapassare”, la tappa successiva è stato il bellissimo Castello Beseno, che ho raggiunto in appena trenta minuti di viaggio.

    Castel Beseno è la più grande fortezza d’epoca feudale della Regione, a guardia della Valle dell'Adige, a pochi chilometri da Rovereto.
    Posto sulla sommità di una collina, il castello è di un’imponenza unica capace, in passato, di controllare la Vallagarina e le allora vie di comunicazione tra l’Impero Germanico e la penisola italiana.

    All’interno delle due cinte murarie a forma di ellisse, la fortezza si estende per circa 250 metri di lunghezza per 50 di larghezza, ed al suo interno è possibile ammirare camminamenti e cortili, oggi location d’eccezione per spettacoli e rappresentazioni.

    In passato, il castello è stato sede di importanti dinastie e battaglie. La proprietà è passata dai Beseno che vi risiedevano già nel 1100, ai Castelbarco e ai Trapp, proprietari, quest’ultimi, del complesso dal 1470 al 1907.

    La visita all’interno di questa magnifica fortezza è iniziata percorrendo un sentiero sterrato parallelo al campo dei tornei, un ampio spazio verde un tempo utilizzato per giostre e tornei e, al contempo, garantire la protezione del fianco est del forte. Dopo aver oltrepassato una grande porta d’ingresso rivestita di metallo, ho superato il corpo di guardia, portandomi sull’impotente bastione nord, sulla cui sommità è possibile seguire il camminamento di ronda, importante per il controllo della valle dell’Adige e la strada che porta a Folgaria, un luogo dal quale è possibile ammirare un panorama mozzafiato.

    Il tour è quindi proseguito con la visita di altre strutture interne al forte, come il palazzo Comitale, residenza dei Conti Trapp, il palazzo di Marcabruno, le prigioni, il Ciclo dei Mesi, un pregevole affresco dedicato ai mesi dell’anno, tipo quello visto al Castello del Buonconsiglio, ed ancora, la torre altomediovale, ed infine i forni ed il pozzo. In sintesi, un castello meraviglioso da visitare assolutamente.

    L’ultima tappa odierna è stato il Castello di Pergine. Quest’altra importante fortezza sorge nella graziosa cittadina di Pergine Valsugana, a pochi chilometri da Caldonazzo, cittadina che ricordo essere la base di partenza dei primi quattro giorni di questo viaggio.

    Posto su una posizione di primo piano sul colle Tegazzo, Castel Pergine, un tempo definito come la porta d’ingresso alla Valsugana, poggia sulle fondamenta di un insediamento romano. Nel corso dei secoli, il castello ebbe diversi proprietari.
    Nel periodo medievale fu di Margarete Maultasch, più tardi, invece, fu dimora del principe tirolese Massimiliano I. Nel 1531 Bernardo Clesio, acquisendo la Giurisdizione di Pergine, donò il castello ai Principi Vescovi di Trento; nel 1905 la proprietà passò al bavarese Ferdinand Putz, mentre nel 1956 fu acquistato da Mario Oss, svizzero e discendente di una famiglia di emigrati di Pergine.
    Mario Oss mantenne la proprietà sino al 29 novembre 2018, data in cui la Fondazione Castelpergine Onlus lo acquistò, facendone una meravigliosa location per l’organizzazione di mostre e eventi culturali con musica e teatro.

    Ma l’impotenza del Castello è tale che oggi ospita un suggestivo e lussuoso albergo articolato su 17 stanze e tre torri, con un giardino privato. Internamente, la Sala del Trono è il luogo ideale per un aperitivo con vista sulle Dolomiti di Brenta, mentre le sale storiche del Palazzo Baronale ospitano un ristorante.

    In sintesi, un gioiello dalle origini medioevali opportunamente valorizzato che si sposa a meraviglia con la bellezza del territorio circostante e che, al contempo, scuote la sensibilità di giovani e meno giovani per effetto della leggenda della “Dama Bianca”, una bellissima donna che da centinaia di anni, vivrebbe intrappolata nelle mura antiche del castello.

    Si narra che, nel periodo medievale, il villaggio di Pergine fosse sotto il dominio di un Capitano tirannico e violento, che portò alla miseria il piccolo borgo valsuganotto: era infatti insaziabile la sua fame di potere.

    Questo temuto Capitano aveva come moglie una bellissima donna dai capelli dorati, legati in una lunga treccia, con una pelle bianca come un’orchidea appena còlta, occhi profondi da cui trasparivano la sua bellezza e umanità.

    Il Capitano era solito trattare tutti quelli che lo circondavano in maniera rude e persino violenta. Anche la sua dolce e bella moglie non sfuggiva a questi frequenti trattamenti brutali. Il capitano le impediva di fare qualsiasi cosa, anche una semplice passeggiata al di fuori dalle mura del castello: solo una volta al mese le permetteva di fare un giro insieme alla sua dama di compagnia e con gli armigeri nel cortile del castello, prigioniera di quelle mura che aveva imparato ad odiare.

    La signora del castello diventava sempre più malinconica e solitaria. Originaria di un paesino del Veneto, la moglie del Capitano era però uno spirito libero che amava dipingere e stare all’aria aperta in contatto con la natura. Ma tutto questo le veniva impedito da quel malvagio consorte.

    I soprusi che subiva in continuazione da suo marito erano tali che la riempivano di un nero desiderio di morte. Provava l’inconfessabile anelito a liberarsi di quella vita negata.

    Decise dunque di compiere il gesto estremo. Una sera di luna piena, mentre il marito era al cospetto dei signori di Padova, aiutata dalla sua damigella, si preparò per quel terribile passo che per lei rappresentava l’unica scelta di libertà. La dama vestiva un vestito di seta bianca che riluceva alla luce lunare. Si sciolse la treccia lunga con un gesto pieno di audacia, si affacciò alla finestra della sala da pranzo e si lanciò nel vuoto.

    Con questa citazione, chiudo con grande soddisfazione la prima giornata di viaggio in Trentino. Domani saranno i laghi di Caldonazzo, Levico e Lavarone ad avere il giusto ed adeguato risalto nella seconda mia avventura di viaggiatore in solitaria.

    Per oggi è tutto.

  2. Giorno 2 - 23/09/2022

    Caldonazzo, 24 agosto 2022. Laghi e leggende

    Come da programma, la seconda giornata l’ho dedicata alla visita del lago di Caldonazzo e dei suoi piccoli centri abitati ubicati lungo il suo perimetro; successivamente, è stata la volta del piccolo borgo di Levico, ed in particolare modo al suo laghetto. Infine, il pomeriggio, percorrendo la tortuosa strada provinciale 133, conosciuta per il famoso passo del Menador, dal quale si ha una vista panoramica mozzafiato della sottostante valle, ho raggiunto Lavarone per ammirare lo splendore di questa piccola gemma lacustre posta nel cuore dell’altopiano di Folgaria e Lavarone.

    La cittadina di Caldonazzo è un piccolo Comune di circa 4000 abitanti a sud di Trento; il suo borgo ospita una casa fortezza del XIII secolo che i conti Trapp ricostruirono tra il 1400 e il 1500, e la chiesa di S. Sisto.

    Il lago si estende su una superficie di circa 5 chilometri quadri, ha una profondità massima di 49 metri, ed è in virtù delle sue acque pulite, nel 2021 gli è stata riconosciuta la famosa bandiera blu. In sintesi, un posto incantevole e turisticamente attrattivo.

    Per conoscere bene il lago di Caldonazzo, è consigliabile l’utilizzo di una bicicletta. Grazie alla presenza della pista ciclabile Valsugana, la prima parte della giornata l’ho infatti dedicata alla visita del citato lago, per ammirarne le bellezze naturali, sostare su uno dei tanti stabilimenti posti lungo il perimetro del lago, concedermi un bel bagno, e attraversare i graziosi centri abitati come S. Cristoforo-Pergine, Calceranica e Tenna.

    La tappa successiva è stata il lago di Levico, raggiunto sempre in bici in circa 20 minuti. Il lago di Levico, molto pittoresco anche se di dimensioni molto più ridotte rispetto a quello di Caldonazzo, è posto a ridosso dell’omonima cittadina, piccolo Comune trentino conosciuto in virtù della presenza delle famose e frequentatissime terme, e di un grazioso borgo dal quale è possibile raggiungere, percorrendo la via centrale, il Parco Asburgico, che ricorda i fasti imperiali di Sissi e Francesco Giuseppe.

    Giunto sul posto, la cosa che più mi ha colpito è stata la sua particolare conformazione a fiordo, la spiaggia, sulla quale è possibile distendersi per rilassarsi al sole, e il suo specchio d’acqua, molto invitante per un bagno rigenerante. L’area si caratterizza altresì per la presenza di un bar ristorante, di alcuni tavoli con panche sparsi qua e là per l’ampio prato verde che lambisce la riva del lago, e di un grande parcheggio. In sintesi, una piccola oasi da scoprire anche percorrendo il percorso ad anello di circa 10 chilometri ricavato lungo tutto il suo perimetro.

    Dopo uno spuntino di mezza giornata, sulla spiaggia del lago di Levico, la tappa successiva è stata il lago di Lavarone.

    Per raggiungere questa gemma dolomitica, avvolta in un ambiente lussureggiante ad un’altezza di 1070 metri, ho percorso la mitica strada provinciale 113, particolarmente conosciuta per la sua particolare pendenza e per la possibilità, solo in alcuni tratti, di ammirare la sottostante valle, con in primo piano gli splendidi specchi d’acqua del lago di Caldonazzo e di Levico. Due tratti della strada passano all’interno del rilievo di monte Rovere seguendo altrettanti tunnel grezzi costruiti dai cacciatori imperiali dell’Esercito austro-ungarico tra il 1911 e il 1915. Qui la circolazione si riduce ad una sola corsia, rendendo l’ascesa sino al passo, posto a 1261 metri d’altezza, estremamente difficile e fisicamente dispendiosa.


    La pedalata pomeridiana verso il lago Lavarone in sella alla mia bicicletta da corsa, probabilmente non adeguatamente guarnita dai giusti rapporti, è stata comunque un’esperienza unica. Per questo impegno nulla è stato lasciato al caso; ben rifornito d’acqua, integratori e barrette, in circa 35 minuti, ho coperto gli 8.3 km di lunghezza della salita, affrontando un dislivello di 768 metri, ed una pendenza media del 9.2%, con punte a doppia cifra tra i chilometri 5,5 e 7,3 (10%-12%).
    In sintesi, una bella scarpinata con momenti di sosta dedicati, non solo all’integrazione idrica e alimentare, ma alla visione, nei vari punti d’osservazione, dei suoi panorami mozzafiato.

    Una volta superato il passo, la strada, quasi interamente in discesa, mi ha finalmente condotto al lago di Lavarone, luogo ricco di storia e leggende, oltre che di un colpo d’occhio d’altri tempi.

    Il lago di Lavarone sembrerebbe essersi formato circa 2000 anni, a causa di uno sprofondamento del terreno avvenuto nel 210 a.C.
    Sulla base di questo dato geologico, questo specchio d’acqua, al pari di molti altri laghi dolomitici, è custode di una leggenda, secondo la quale, laddove oggi c’è il lago, un tempo era presente un bosco di proprietà di due fratelli, i quali però litigavano per averne l’intero possesso. Per porre fine a questa diatriba, per punizione, Dio lo fece sprofondare riempiendolo d’acqua.

    Si narra altresì, che il lago fu meta turistica di Sigmund Freud, il quale ospite dell’hotel Du Lac, albergo tutt’ora in piena attività posto sul versante nord della sponda, amava percorrerlo tutt’intorno.
    Oggi il lago di Lavarone si pregia della presenza di stabilimenti balneari, distese di prato verde sui quali è possibile trascorrere momenti di assoluto relax, camping ed un grande bar capace di ospitare nella sua area privata molti tavoli per la consumazione dei pasti.
    Le sue acque color verde intenso, si integrano perfettamente con l’ambiente lussureggiante circostante, restituendo un colpo d’occhio di rara bellezza, soprattutto se ammirato dall’alto, in corrispondenza delle strade d’accesso poste ai lati nord e sud del lago.

    Visto la stanchezza accumulata per la difficile impresa ciclistica (si fa per dire!), un bel riposino sul prato, degustando un caldo panino farcito con wuster e check up acquistato accanto al bar, accompagnato da una fresca birretta, è stata una scelta quanto mai obbligata.

    A consumazione completata, il rientro al residence per chiudere definitivamente questa prima giornata di escursioni, e ripassare il secondo itinerario Trentino, che mi vedrà raggiungere il versante nord-est della Regione.

  3. Giorno 3 - 24/09/2022

    Caldonazzo, 25 agosto 2022. Splendori lacustri e storici

    Alzato di buon’ora per godermi i colori dell’alba in riva al lago di Caldonazzo sorseggiando un tè caldo preparato nell’alloggio, le prime ore di questa terza giornata del mio viaggio alla scoperta dei laghi e dei castelli trentini, le ho dedicate alla messa a punto dell’itinerario stradale odierno, che mi ha visto raggiungere il versante nord-est di questa magnifica Regione.

    Alle 8,30 puntuali ho avviato i motori dell’auto per raggiungere il famoso castello Thun. Appena 50 minuti di viaggio ed eccomi arrivare in Val di Non per ammirare le meraviglie di questa importante opera architettonica risalente al medioevo.

    Prima di giungere al castello mi sono però concesso una breve sosta nel piccolo centro di Vigo di Ton per un caffè tonificante ed un giretto per le sue vie, quindi, ben rigenerato, sono risalito in auto e in pochi minuti ho raggiunto questa magnifica opera architettonica posta sulla sommità di una collina in posizione dominante rispetto all’intera valle.

    La Valle di Non, comunque, è una valle ricca di castelli; oltre a quello che ho visitato oggi, questa magnifica area verde del Trentino, meglio conosciuto per le sue immense distese di mele poste tra verdi colline e piccoli borghi, ospita Castel Valer, Castel Nanno e Castel Coredo, tutti perfettamente ristrutturati e aperti al pubblico per visite guidate.

    Il castello di Thun, il solo che ho visitato in Val di Non, venne costruito nella metà del XIII secolo e fu la sede della potente famiglia dei Tono, antichi feudatari vescovili che nell'arco di otto secoli passarono da origini oscure a posizioni di primo piano nella scena politica del tempo.

    Il castello è circondato da un complesso sistema di fortificazioni costituito da torri, mura, bastioni, cammino di ronda e fossato risalente al Cinquecento. Alla stessa epoca risale la potente Porta Spagnola, oltrepassata la quale si accede al ponte levatoio e al primo cortile, dove si eleva l’imponente Palazzo Baronale.
    L’ambiente più pregevole e interessante è la cinquecentesca Stanza del Vescovo, interamente rivestita di legno di cirmolo.
    L'edificio, di gran valore monumentale e storico, conserva preziosi arredi, una biblioteca con 10.000 volumi, stanze signorili, un'armeria ed un gran numero di stufe di maiolica. Nel periodo di apertura, i giardini del Castello fanno da cornice a concerti e manifestazioni culturali.

    La visita, della durata di circa un’ora, mi ha portato a visitare le sue maestose stanze ricche di dipinti di famiglia, suppellettili, mobili, un tour che mi ha fatto rivivere la quotidianità di un tempo che fu. Una curiosità legata a questo castello è che negli anni ‘70 il regista Michelangelo Antonioni girò alcune scene de Il Mistero di Oberwald con Monica Vitti, più recentemente, è stato il set della shakespiriana trasposizione televisiva di Romeo e Giulietta.

    Pienamente appagato per questa mia prima importante visita, la tappa successiva è stata il lago di Tovel, uno dei più bei laghi del Trentino-Alto Adige, affascinante per il contesto in cui si trova, e misterioso per la leggenda a cui è legato.

    Posto tra la Valle di Non ed il parco nazionale dell’Adamello Brenta ad un’altitudine di 1178 metri, questa gemma lacustre dai colori blu cobalto e verde smeraldo, ospita una rigogliosa e lussureggiante vegetazione. Alcune spiagge sono coperte da una finissima sabbia bianca, tanto da somigliare agli iconici lidi caraibici, e tutt’intorno sono presenti un bar, un albergo, strutture informative e sculture in legno realizzate dagli artisti della Sculture Brenta Wood Art.

    Raggiungibile dopo aver pagato un biglietto d’ingresso di 8 euro, comprensivo di parcheggio e bus, il lago Tovel si caratterizza per la presenza di percorso ad anello di circa 4 chilometri lungo il quale è possibile fare una romantica passeggiata a stretto contatto con la natura, ammirare le vette del Brenta specchiarsi sulla superficie del lago, e raggiungere la rinomata baia rossa, particolarmente conosciuta per le sue famosissime spiagge bianche di Rislà, siti sui quali è possibile godere di una veduta paesaggistica eccezionale. Adiacente a questa baia c’è un piccolo sentiero che in appena dieci minuti di cammino consente di raggiungere l’omonima cascata.

    In sintesi, uno spettacolo di rara bellezza, tipico di questi posti. Una delle peculiarità del lago di Tovel è quella relativa alla colorazione rossa che sino a qualche decennio fa incuriosì molti studiosi.
    La giustificazione scientifica data a questo straordinario fenomeno interrottosi nel 1964, fu data dalla presenza di un’alga conosciuta con il nome di Tovellia sanguine che popolava il lago nei mesi più caldi dell’anno colorandolo di rosso. I dettagli di questo fenomeno sono ampiamente descritti su pannelli illustrativi all’interno della Casa rossa del lago, ubicata lungo il sentiero ad anello.

    Questo particolare fenomeno, secoli addietro, è stato fonte d’ispirazione di una drammatica leggenda. Si narra che la principessa Tresenga, la figlia dell’ultimo re di Ragoli, a seguito dell’ennesimo rifiuto alla richiesta di matrimonio avanzata da Lavinto, re di Tuenno, un giorno fu vittima, insieme a tutta alla popolazione di Ragoli, di una sanguinaria vendetta.
    La leggenda racconta che il re Tuenno inviò il suo esercito per sterminare sulle rive del lago tutti gli abitanti di Ragoli e uccidere, per sua mano, la principessa Tresenga con un colpo di spada.
    Il sangue dei morti in battaglia, unito a quello della principessa, tinse il lago di rosso, ispirando così, la mitica leggenda della colorazione rossa del lago.

    Il giro intorno al lago devo dire che è stato veramente emozionante. Non solo spiaggette, anse, e una rigogliosa vegetazione, ma anche rilievi, opportunamente attrezzati con funi e cavi in acciaio, dai quali è possibile ammirare, in piena sicurezza, panorami mozzafiato del lago.

    Dopo circa due ore di cammino, decisi di far rientro al punto di partenza per consumare un pasto veloce e riprendere il bus per tornare al parcheggio, ritirare l’auto, e proseguire l’escursione in direzione sud, per raggiungere, in successione, i laghetti di Lamar e Toblino, sito, quest’ultimo, sede anche dell’omonimo castello.

    Ben ristorato, in appena 1 ora e quindici minuti di viaggio, ho raggiunto quest’altro magnifico angolo della Val di Non.

    I laghi di Lamar sono vicino a Terlago ai piedi delle cime della Paganella, sopra il Monte Soprasasso. Sono due specchi d’acqua uno accanto all’altro, posti ad un’altitudine di 714 metri, separati da una frana venuta giù molto tempo fa. Il primo lago che si incontra è il lago Santo, il secondo è quello di Lamar.

    Giunto al parcheggio, mi sono portato subito sul secondo, molto più bello soprattutto per le sfumature verde smeraldo delle sue acque e la presenza di una spiaggia leggermente in discesa, sulla quale è possibile godere di un bel colpo d’occhio.
    Il laghetto, balneabile, è posto all’interno di una conca avvolto da una vegetazione lussureggiante; nella sua parte alta c’è una piccola apertura che conduce all’abisso di Lamar, ovvero una grotta profonda ben 387 metri molto visitata dagli speleologhi.

    Dopo aver trascorso alcuni minuti ad ammirarlo, ho deciso di andare a scoprire l’altro laghetto. Tornando verso il parcheggio, ho seguito il piccolo sentiero pianeggiante che costeggia il lago Santo. Lungo questo itinerario è possibile accedere a piccole spiaggette isolate coperte in molti casi da ninfee gialle, e godersi in piena privacy la magnificenza del posto.

    Anche questo luogo ha una leggenda da raccontare, legata a Estella, un’ereditiera che ha lasciato ai posteri un forte dilemma. Sul sito web, sentieridifamiglia.com, ho trovato i dettagli.

    Si narra che un tempo, sulle sponde del lago Santo, sorgesse una villa dei conti di Terlago. Questa villa fu oggetto di lascito ereditario di padre in figlio fino al giorno in cui nacque Estella, l’unica figlia femmina della famiglia, che alla morte dei fratelli la ricevette in eredità. Essendo rimasta sola, scelse allora di rinchiudersi in quella dimora e condurre una vita dismessa e modesta. Per molti, tale scelta fu curiosa e misteriosa.
    Perché l’erede di un casato così ricco avrebbe dovuto condurre un'esistenza misera? Rimase davvero povera oppure, guidata dall'avidità, nascose in un forziere tutti i suoi averi ricevuti in eredità?

    Quest’interrogativo aleggiò per anni, fino al giorno in cui accadde un episodio a dir poco bizzarro e misterioso.
    Una coppia di innamorati aveva deciso di trascorrere una bella serata sulle rive del lago ad osservare le stelle quando notò dei bagliori sinistri provenire dalla villa. I due giovani si avvicinarono prudentemente all’abitazione, ma la ragazza, spaventata, obbligò il compagno a fuggire.

    Nelle serate seguenti, questo ragazzo, in compagnia dei suoi amici, incuriosito e desideroso di scovare il tesoro nascosto, tornò sul posto con la speranza di incontrare il fantasma di Estella.
    Non riuscendoci, decisero quindi di invocare l’aiuto di Belzebù senza ottenere lo sperato aiuto.
    Altri cercatori di forzieri tornarono più volte in villa rigirandola come un calzino, senza però portare il tesoro alla luce!

    Chiuso con i laghetti di Lamar, e la leggenda di Estella, l’escursione giornaliera è proseguita in direzione lago di Toblino. Circa 20 minuti di auto, ed eccomi raggiungere i margini di quest’altro lago.

    Con non poche difficoltà ho trovato un posto auto lungo la strada Ss45 bis, e con grande entusiasmo e curiosità mi sono portato sul sentiero che costeggia il lago. La visione del luogo, passo dopo passo, è stata stupefacente, e ciò grazie ai colori delle acque, ai riflessi delle circostanti montagne sul calmissimo specchio d’acqua, alla flora che emergeva dalle acque, ed al castello, sito raggiunto dopo circa 500 metri di cammino per consumare un drink sulla sua meravigliosa terrazza panoramica.

    Il castello di Toblino ha molto da raccontare, sia per le sue origini, che per la leggenda a cui è legato.
    Il nucleo originario di Castel Toblino sembrerebbe risalire al 201 d.c.
    In quel tempo sorgeva su questo sperone roccioso un tempietto dedicato ai fati e alle fate. Tale presenza è attestata da un interessante reperto archeologico risalente al III° secolo d.C., noto come l’epigrafe dei Tublinati, ora murata nel portico interno del castello. La lapide porta un’iscrizione che ricorda l’erezione di un tempietto ad opera di un certo Druino dei Tublinati, amministratore delle tenute di Toblino appartenenti a un importante personaggio di ricca famiglia bresciana, Marco Manlio Avio Muciano, che fu console nel 201 d.C.

    All’interno del Castello si trovano magnifici affreschi e la sala della musica interamente coperta da dipinti raffiguranti gli strumenti musicali dell’antica corte medioevale.
    Ristrutturato a partire dal Cinquecento da Bernardo Clesio, e successivamente dai Madruzzo e dai Wolkenstein, oggi il castello ospita un bar dotato di una terrazza panoramica e di un ristorante.

    Superato il castello, il sentiero mi ha infine condotto alla villa ottocentesca Maso Toresella, già dimora estiva del principe vescovo di Trento, ora invece sede di una nota cantina vinicola di Trento.
    Qui però il sentiero finisce, quindi appagato per quanto visto, ho rigirato, e a ritroso mi sono portato all’auto per il rientro a Caldonazzo.
    Come per i precedenti laghi, anche quello di Toblino si caratterizza per alcune leggende.

    Si narra dell’esistenza di un tunnel sotterraneo che da Castel Toblino arriva a Castel Madruzzo; si racconta dell’esistenza di un ricco tesoro nascosto nel fondo del lago. Come non menzionare poi Claudia Particella e Carlo Emanuele Madruzzo, il cui amore oltre che essere oggetto di numerose leggende è narrato nel libro scritto da Mussolini nel 1910 “L’amante del cardinale. Claudia Particella”.
    Citiamo infine la leggenda di Aliprando di Toblino e Ginevra di Castel Stenico e i fantasmi di Graziadeo di Castel Campo e dell’eremita chiamato a curarlo.

  4. Giorno 4 - 25/09/2022

    Caldonazzo, 26 agosto 2022. Ancora fiabe, con Molvis e Gavardina e meraviglie lacustri

    La quarta giornata di questa meravigliosa avventura trentina, mi ha portato ancora una volta sul versante sud-est della regione, per raggiungere, nell’ordine, il lago di Molveno, quello di Tenno, il lago di Ledro, e sulla via del ritorno, il Castello di Arco in prossimità della città di Riva del Garda.
    In considerazione del tempo a disposizione, la giornata è iniziata di buon’ora. Alle 7,30 puntuali ho lasciato Caldonazzo per raggiungere, in circa un’ora e venti minuti di auto, il lago di Molveno.

    Definito dal poeta e scrittore Antonio Fogazzaro, una "preziosa perla in più prezioso scrigno”, il lago alpino di Molveno, in virtù della sua conformazione fisica e per le numerose attività che i turisti possono praticare, si colloca all’interno dell’imponente catena montuosa del Gruppo del Brenta, e del massiccio del Monte Gazza e della Paganella.
    Questa meraviglia dolomitica ha, nelle sue dimensioni massime, un’estensione di 3,3 mq, una lunghezza di 4,4 km, una larghezza di 1,5 km, e una profondità di 124 metri.

    Come detto quindi, il lago di Molveno offre opportunità di divertimento di varia natura, ed i suoi oltre 10 ettari di spiagge, le grandi aree giochi per bambini, i ristoranti e gli impianti per praticare molte discipline sportive, si colloca tra le mete turistiche più ambite del Trentino.

    Interessanti, inoltre, le opportunità legate al suo patrimonio naturale.
    Attraverso la funivia panoramica, Molveno offre la possibilità di raggiungere l’altopiano di Pradel, oppure visitare il famoso parco faunistico, dimora di molte specie animali da montagna, come orsi bruni, lupi, gufi e linci. In sintesi, un gioiello naturale che soddisfa le più svariate esigenze dei tanti turisti che visitano o soggiornano per una vacanza questa gemma delle dolomiti.

    La visita al lago di Molveno è iniziata dal principale lido della cittadina, una spiaggia coperta da prati verdi e ghiaia chiarissima tanto da richiamarmi alla memoria i vivaci colori contrasti delle spiagge dei Caraibi. Qualche foto panoramica, di cui una anche in posa sul simbolo della città, un’aquila intagliata nel legno posta sul pontile che dalla riva si allunga per qualche decina di metri sul lago, quindi una breve colazione in un grazioso locale con vista lago.

    La giornata non poteva di certo iniziare meglio di così. Ma la voglia di scoprire altri punti caratteristici della città, mi ha poi portato a seguire il lungo lago sino a raggiungere l’insenatura nord del lago, una piccola baia di color verde smeraldo ammirabile dal ponte posto sulla strada che dal centro abitato porta al citato lido. Tutt’intorno tanto verde, e scorci paesaggistici di rara bellezza.

    Ma l’escursione odierna non si è limitata alla sola contemplazione dei migliori angoli del lago; la curiosità è andata oltre, ed anche in questo caso, è andata alla ricerca della leggenda legata a questa gemma lacustre.
    La creatura fantastica che ravviva la fantasia di grandi e piccini di Molveno è Molvius. Ma chi è questo Molvius?
    Andando a sfogliare le pagine di alcuni siti web, apprendo che Molvius è un mostro verde, con una lunga coda, denti appuntiti e calzini a righe bianche e rosse, annualmente festeggiato ai margini del lago. Veramente buffo!

    In sintesi, il lago di Molveno non ha una vera e propria leggenda, ma un mostro dei nostri tempi disegnato da Nadia Groff, vincitrice del contest che nel 2018 ha visto oltre 100 illustratori sfidarsi nel ritrarre la creatura che abita queste acque.
    Molvius vuole ridisegnare l’immaginario del lago di Molveno che torna a mostrarsi ogni luglio, per raccontare la sua storia in uno spettacolo ricco di effetti speciali.

    Insomma, mostri che aleggiano nei sogni dei bambini e che, al contempo, stimolano la fantasia degli adulti.

    Conclusa la visita al lago di Molveno la tappa successiva mi ha portato su un altro scenario alpino d’inestimabile bellezza: il lago di Tenno.
    Ripercorrendo a ritroso la statale 421, in meno di 50 minuti ho raggiunto quest’altra splendida gemma alpina posta ai piedi borgo medievale di Canale di Tenno.

    Conosciuto anche con il nome di lago azzurro, per via delle sue sfumature che vanno dal verde intenso al blu cobalto, il lago si è formato a seguito di un’antica frana risalente al 1100.
    Posto a 570 metri sul livello del mare, ai piedi del monte Misone, il lago di Tenno ha una superficie di 195 metri quadrati, si colloca al centro della Biosfera, riconosciuta Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, Alpi Ledrensi e Judicaria.

    Giunto al parcheggio a pagamento, la discesa verso il lago mi ha portato ai margini di una baia dal color verde smeraldo caratterizzata dalla presenza, a qualche decina di metri dalla riva, di un pittoresco isolotto coperto da un prato e da qualche albero, e da una ramificata rete di sentierini per romantiche passeggiate o raggiungere piccole radure dalle quali è possibile ammirare le bellezze naturali del posto.

    In sintesi, un altro pittoresco quadro d’autore Trentino, un dipinto di rara bellezza che solo contesti naturali come questo sono in grado di offrire. Considerando che l’ora di pranzo si avvicinava, ho quindi deciso di fermarmi all’ombra di un albero posto sulla parte più alta di una spiaggia per consumare il mio pasto e ricaricare le energie per affrontare, ben riposato, la seconda parte della giornata.

    Da quel punto di osservazione si godeva un paesaggio meraviglioso; i colori verdi della circostante vegetazione, facevano da cornice alle mille sfumature verde smeraldo ed azzurro del lago, restituendo un colpo d’occhio veramente unico. Davvero una bella scoperta, che consiglio a chiunque di visitare.

    Lasciato il lago di Tenno, la tappa successiva è stata il lago di Ledro, un’altra meraviglia lacustre posta a nord ovest del lago di Garda, ad un’altezza di 655 metri.
    Raggiunto in poco meno di 30 minuti d’auto, il lago Ledro, alla luce del meraviglioso paesaggio che lo circonda, dal 2011 si pregia del riconoscimento di patrimonio Unesco.
    Inoltre, per la presenza sulla riva orientale del lago di un’ampia area coperta da palafitte risalenti all’era del bronzo, il sito è classificato di particolare interesse storico.
    Per valorizzarlo al meglio, ai margini della sua sponda è stato eretto un villaggio di palafitte simile a quello esistente in quel periodo, con annesso un museo considerato di rilevanza mondiale.

    Inoltre, grazie ai suoi 9 chilometri di perimetro, il lago ospita diverse spiagge accoglienti e attrezzate; tra queste ricordo quella di Pieve di Ledro, posta a nord-ovest del lago, vicino all’omonimo centro storico; quella di Molina di Ledro, ubicata accanto al villaggio delle palafitte; con la sua area coperta da un bel prato verde, e la presenza di alcune strutture sportive e ristoranti, è probabilmente la spiaggia più frequentata dai turisti.
    Un’altra spiaggia caratteristica è quella di Mezzolago e quella di Pur, quest’ultima attrezzata anche per accogliere i cani.

    Per chiudere con i suoi principali punti di forza, la Valle di Ledro si caratterizza per la fitta rete di sentieri che si snodano lungo tutto il suo perimetro, sentieri in grado di raggiungere punti d’osservazione di eccezionale bellezza. Tra questi è doveroso citare il sentiero della Pregasina, capace di giungere Punta Larici e consentire la visione di uno scenario mozzafiato del lago di Garda, oppure siti naturali come la cascata del Gorg d’Abiss a Tiarno di Sotto, raggiungibile dopo aver percorso un sentiero lungo 0,5 km, e il lago d’Ampola un’area naturalistica protetta ubicata vicino all’omonimo passo, posto sopra all’abitato di Tiarno di Sopra.

    La mia esperienza al lago di Ledro è stata a dir poco entusiasmante. Giunto a Molina di Ledro, la curiosità mi ha subito spinto al villaggio delle palafitte per ammirare da vicino questo importante sito millenario. Molti i turisti che affollavano il luogo, ma devo dire che la perfetta organizzazione del centro di accoglienza, mi ha consentito di documentare i resti di oltre 4000 anni fa emersi durante la costruzione delle Centrale di Riva del Garda, visitare il polo museale all’interno del quale sono custoditi vari oggetti ritrovati in questa area, e le ricostruzioni su scala reale di alcune palafitte.

    Soddisfatto anche questo desiderio di conoscenza, la tappa successiva è stata l’escursione in bici lungo il sentiero della Val Concei, interessante, non solo per le sue peculiarità naturali ma, anche per la leggenda a cui è legato; terminato il citato giro, mi sono portato in auto alla cascata del Gorg d’Abiss, e infine al piccolo laghetto d’Ampola.

    Ma andiamo per ordine. Lasciata Molino di Ledro, in appena dieci minuti d’auto ho raggiunto il parcheggio delle scuole medie di Bezzecca, punto di partenza della mia ciclo-escursione di circa 14 chilometri. L’itinerario prevedeva l’attraversamento dei centri abitati di Locca, Enguiso e Lenzumo, quindi l’ingresso nel bosco costeggiando la pista di sci di fondo di Chinaec, sino ad arrivare al Rifugio del Faggio.

    La passeggiata nel bosco, non molto impegnativa, ha offerto molti spunti d’interesse faunistico; con un po’ di fortuna si possono incrociare cervi, caprioli, volpi, e ammirare la tipica flora alpina composta da abeti, larici e faggi, come quello più antico della Valle di Ledro, un faggio secolare di 30 metri.
    Ma come anticipato, questo bosco è legato alla leggenda della fata di Gavardina, che vi riporto così come il sito, sottoindicato, l’ha descritta.

    “La leggenda narra di una fata chiamata Gavardina, il cui canto melodioso era motivo di benessere per gli abitanti della Valle di Ledro, i quali si sentivano cullati sotto la sua invisibile protezione. Un giorno la fata sentì nei pensieri dei Ledrensi un certo malessere, causato dalla presenza di alcuni insetti cattivi che mangiavano le foglie delle piante, motivo di disperazione dei paesani così affezionati alla natura della propria valle. La fata, essendo buona, non poteva in alcun modo distruggere questi insetti, ma conosceva il Mago delle Nevi della Val Rendena, il quale fu disposto ad aiutare la fata e i valligiani facendo risplendere la vegetazione con l’aiuto dei suoi folletti. Ma l’umore della fata non mutò, poiché vide che la Valle a causa di questa sventura era cambiata: i valligiani non trattavano più con amore la propria terra, lasciandola incolta e decadente. Così la fata fuggì negli antri umidi della Val di Fi, sopra la Val Concei. Da quel giorno non si sa se sia viva ancora, più nessuno sale lassù a bere alle sette sorgenti e ad ascoltare il suo canto. La Fata Gavardina ci ricorda come i nostri avi erano abituati a vivere le montagne Trentine ed il loro legame con la terra, che è stato radicalmente cambiato negli ultimi decenni. Questo può farci tutti un po’ riflettere.”

    Terminata l’escursione lungo il sentiero della Val Concei, proseguendo in auto sulla strada statale 240, in pochi minuti ho raggiunto Tiarno di Sotto, punto di partenza per scoprire questa piccola cascata incastonata tra le rocce, al cui sbocco forma un piccolo laghetto celeste di montagna.

    Seguendo un sentiero di circa 0,5 chilometri, ho incrociato il Mulino dei Bugatini, risalente al XV – XVI secolo, quindi il bivio che porta alla chiesetta del 1400 di San Giorgio, di particolare interesse artistico in quanto custode di un campanile a cipolla, e di una pala che raffigura San Giorgio e il drago. Come per incanto, eccoti apparire la piccola cascata sulla quale mi soffermo per alcuni scatti fotografici e un breve riposo. La sua conformazione a grotta dell'altezza di sei, sette metri non particolarmente profonda la rendono molto suggestiva e, come tale, un vero è proprio punto di attrazione turistico.

    Rientrato al parcheggio, l’ultima tappa del pomeriggio lungo la Valle di Ledro è stata il laghetto d’Ampola, posto a pochissimi chilometri dalla cascata appena visitata. Seguendo sempre la strada statale 240, e dopo aver superato Tiarno di Sopra, raggiungo anche quest’altra bellezza naturale rientrante tra le 75 riserve naturali del Trentino, habitat naturale di diverse specie animali, come rane, rettili, uccelli migratori e diversi pesci e vegetali.

    La visita al biotopo è stata possibile percorrendo il sentiero didattico ad anello di circa 1 chilometro che dal parcheggio conduce, attraverso delle passerelle, agli ambienti umidi ed al centro visitatori.
    Lungo il sentiero ho notato la presenza di diversi cartelli didattici, goduto della visione della fauna lacustre, caratterizzata da varie specie di rane, folaghe e gallinelle d’acqua e ammirare la lussureggiante flora composta principalmente da canneti, ninfee e orchidee colorate.
    In sintesi, uno spettacolo della natura allo stato puro, perfettamente conservato e, al contempo, molto rilassante.
    La visita si è infine conclusa al centro visitatori Lago D’Ampola, che per ragioni di tempo ho tralasciato.

    Il tempo s’era infatti fatto tiranno, e un altro sito di particolare interesse storico mi attendeva. Senza perdere tempo, mi sono quindi avviato al castello di Arco, posto a nord di Riva del Garda, sulla strada di ritorno a Caldonazzo.

    Dallo stile liberty e dalla presenza di ville e palazzi molto eleganti, la città di Arco ospita una fortezza risalente addirittura all’anno mille che, nel corso dei secoli vari, ha conosciuto diversi proprietari e varie destinazioni d’uso.
    Si narra che nel 1196 Federico d’Arco indicò quali proprietari del castello gli abitanti di Pieve di Arco; successivamente, invece, la proprietà sembra essere stata passata alla famiglia dei conti d’Arco. Alla fine del XV secolo il castello fu strutturato per ospitare un piccolo villaggio fortificato, in grado di ospitare non solo la famiglia dominante, ma anche i numerosi parenti, e accogliere numerose botteghe, laboratori, luoghi di lavoro svariati, abitazioni più umili destinate ad artigiani e servitori, al corpo di guardia, ecc.

    Considerando che l’ultima possibilità d’ingresso al castello era fissata per le 18,00, ho accelerato la marcia verso Arco, raggiungendolo, dal lago D’Ampola, in meno di 35 minuti.
    Parcheggiata l’auto, dal centro storico di Arco con una passeggiata lungo un percorso in salita di circa 20 minuti attraverso l’olivaia che lo circonda (dislivello 120 metri), ho finalmente raggiunto questa antica fortezza impotentemente posizionata su una rupe che domina la sottostante pianura dell’Alto Garda, restituendo una vista incredibilmente suggestiva.
    Alcune parti del castello, a seguito di numerosi assalti sono andate distrutte – l’ultimo dei quali risale al 1703, ad opera delle truppe francesi – ma restano ancora in piedi le alte torri e alcune affascinanti sale, tra cui la Prigione del Sasso, e la Torre Grande con il suo ciclo di affreschi trecenteschi.

    Completata anche questa affascinante escursione, devo dire anche un pò stancante, ho ripreso la via del ritorno. Poco più di un'ora di viaggio e finalmente raggiungo il mio appartamento per cenare e preparare i bagagli per il trasferimento di domani a Cavalese, la mia nuova base di partenza per altre entusiasmanti avventure verso il nord della Regione.

  5. Giorno 5 - 26/09/2022

    Brunico, 27 agosto 2022. Sport e natura a Brunico

    Se c’è una cosa che sinora non ho detto, in quanto di scarsa importanza per chi mi segue, è quella relativa al fatto che ogni mattina, prima di iniziare una nuova escursione, parte del tempo lo dedico a sedute di allenamento finalizzate alla ricerca della migliore condizione fisica in vista dei miei prossimi impegni sportivi.
    Questo per dire, che la giornata odierna non mi ha visto soltanto documentare le bellezze naturali dell’Alto Adige, ma anche partecipare ad un appuntamento agonistico molto noto a Brunico.

    Ma andiamo per ordine. La quinta escursione in questa area nord della Regione, mi ha portato a visitare un’altra splendida gemma lacustre del Trentino-Alto Adige, ovvero, il lago di Anterselva ed a seguire quello di Braies. In serata invece, come anticipato, ho invece preso parte alla famosa “Potato-Run”, una competizione podistica di 17,6 chilometri, giunta alla sua 23^ edizione, corsa lungo il tratto che unisce Brunico (partenza) a Campo Tures (arrivo).
    Una gara molto ben organizzata, con una grande affluenza di partecipanti, ed un tifo da stadio lungo tutto il tragitto completamente chiuso al traffico.

    Al fine di evitare il rientro a Cavalese, nelle settimane precedenti al viaggio, avevo prenotato un grazioso albergo a Lutago, a pochi chilometri da Brunico. La scelta in tal senso, oltre a evitarmi il viaggio di rientro in tarda serata a Cavalese, l’indomani, mi avrebbe consentito di trovarmi già in prossimità dei siti dell’odierna escursione.

    Considerando quindi i numerosi impegni del giorno, alle 7,00 di stamane mi sono diretto al lago di Anterselva.
    Oltre due ore di viaggio, ma lo sforzo ha ripagato in pieno le aspettative della vigilia.

    Il Lago di Anterselva è situato a 1.642 metri di altitudine, incastonato tra le vette del Parco Naturale Vedrette di Ries-Aurina rappresenta una delle mete più ambite della Val Pusteria.
    Questo lago alpino, il terzo più grande dell'Alto Adige, è situato nella zona del Comune di Rasun - Anterselva, è circondato da prati e boschi, e intorno alle sue sponde ospita un sentiero di 2,7 chilometri che consente di ammirare la bellezza delle sue acque verdi e blu, conoscere, grazie alla presenza di pannelli informativi, la flora e la fauna locale, le differenze tra le varietà di pigne e i tipi di roccia, le specie di pesci che popolano le acque del lago, e fare piacevoli escursioni nel Parco Naturale Vedrette di Ries-Aurina.

    In analogia ai laghi visitati, la curiosità mi ha portato a conoscere la leggenda che oralmente viene tramandata in merito alla formazione di questo lago.
    Sbirciando vari siti, ho trovato questa descrizione che vi propongo.

    Una volta, dove oggi si trova il lago di Anterselva, c'erano i masi di tre famiglie di contadini benestanti. Durante un giorno di sagra, un mendicante fece un giro nella valle. Bussando di porta in porta, chiese da bere e da mangiare ma venne cacciato dappertutto senza ricevere neanche un misero dono. Il mendicante, andando su tutte le furie per la durezza di cuore della gente ricca, profetizzò: "Dietro la vostra casa scaturirà una sorgente. E vedrete cosa succederà!" Ma la gente reagì scoppiando a ridere alla minaccia del mendicante e lo cacciarono senza prestargli ulteriore attenzione.
    Ben presto però i masi, un tempo così belli e ricchi, furono sommersi dalle acque. E ancora oggi numerose sorgenti forniscono l'acqua al Lago di Anterselva nell'area turistica del Plan de Corones, donandole quella chiarezza e lucidità che evidentemente mancò ai contadini di allora.

    Si dovrebbe quasi ringraziare il mendicante, dato che in questo luogo si è formato uno dei laghi alpini più belli dell'Alto Adige. Chi è alla ricerca del piacere e della tranquillità in estate si reca al lago per camminare, rilassarsi o addirittura, nelle giornate più calde, per fare un tuffo nell'acqua fredda. In inverno gli sciatori di fondo e gli escursionisti si godono la calma e la bellezza del lago ghiacciato.

    Lasciato il lago di Anterselva, la tappa successiva è stata il meraviglioso lago di Braies, sicuramente il più bello e suggestivo dell’intera Regione. Considerando l’alta affluenza di turisti, per poterlo visitare è necessaria un’organizzazione preventiva volta a prevedere le modalità di parcheggio e di afflusso. Per evitare quindi inconvenienti, settimane prima della partenza ho prenotato l’escursione tramite l’ausilio di un’App.

    Posizionato nell'omonima valle nella parte settentrionale del parco naturale Fanes-Senes-Braies a 1.496 m s.l.m., il lago di Braies è immerso nello scenario montuoso delle Dolomiti di Braies. I suoi fantastici colori verde smeraldo, uniti all’imponenza della citata catena montuosa che gli fa da cornice, fanno di questa gemma alpina un quadro d’autore da ammirare sia lungo il sentiero che lo circonda, ma anche a bordo di piccole imbarcazioni da prendere a noleggio e raggiungere, come una leggenda racconta, il regno sotterraneo del Fanes.
    La porta al regno era situata a sud del lago, dove si erge la montagna Croda del Becco (2.810 m), in Ladino chiamata appunto anche "Sass dla Porta".

    A questa leggenda, se ne aggiunge un’altra, molto più descrittiva, che vi riporto.

    La leggenda racconta che tanto tempo fa le montagne della Valle di Braies erano abitate dai selvaggi. Non erano cattivi, ma il loro aspetto era aspro come quello delle montagne. Allora nelle pietre vi era tanto oro, e i selvaggi amavano il suo splendore, uno splendore che rendeva duri i loro animi.
    Un giorno nella valle giunsero dei pastori a pascolare il loro bestiame sui prati fioriti che si stendevano davanti alle vette. I selvaggi mostrarono loro l’oro. Alcuni regalarono ai pastori le collane e gli anelli d’oro che avevano forgiato tra i monti. Ma i ,00pastori davanti allo splendore dell’oro divennero avidi, e iniziarono a rubare l’oro ai selvaggi ogni volta che se ne presentava l’occasione. Sorsero liti e contese.

    I selvaggi erano più forti, i pastori più furbi. Per impedire ai pastori di raggiungere le montagne, i selvaggi fecero sgorgare delle sorgenti dal profondo della terra. Tra le montagne, per un’altezza di diversi metri, si creò una grande distesa d’acqua, che separò la valle dei pastori dalle montagne. Così i pastori non poterono più raggiungere l’oro, e nacque il Lago di Braies.

    La mia esperienza al lago di Braies si è protratta per circa tre ore. La curiosità di vedere le sue bellezze l’ho soddisfatta percorrendo il sentiero posto intorno alla sponda del lago.
    Piccole spiaggette bianche facevano da contrasto ai colori del lago e della vegetazione circostante, la grande montagna si rifletteva maestosa sul lago, piccole piazzole, invece, consentivano il ristoro.

    Il tempo meteorologico di oggi dava pioggia, ma la fortuna ha voluto che il sole, anche se a sprazzi, di tanto in tanto illuminava lo specchio d’acqua facendogli assumere colorazioni che andavano dal verde al celeste intenso.

    Proseguendo il giro attorno al Lago di Braies ho raggiunto un sentiero più stretto, e dopo aver superato alcune gradinate, sono tornato al punto di partenza.
    In sintesi un bel giretto che mi ha riportato alla mente quelli fatti al lago di Tovel ed a quello di Carezza.

    Se dovessi fare una graduatoria dei tre citati laghi, lo metterei al primo posto, seguito da quello di Tovel, e Tenno.

    Completato il tour, ho visitato la piccola chiesetta posta alla destra dell’ingresso, quindi raggiunto il vicino ristorante ho consumato il pasto incluso nella prenotazione, quindi, per farmi trovare ben carico all’appuntamento agonistico delle 17,00, ho lasciato il lago e, dopo aver ritirato al centro gara di Brunico il pacco gara completo di gadget e pettorale, come da disposizioni tecniche, mi sono diretto a Campo Tures, piccolo e grazioso Comune, luogo d’arrivo della gara per attendere il bus dell’organizzazione che ci avrebbe portato alla partenza.

  6. Giorno 6 - 27/09/2022

    Brunico, 28 agosto 2022. Castel Juval e i tesori di Reinhold Messners

    La penultima escursione di questo meraviglioso viaggio in Trentino-Alto Adige, finalizzato alla scoperta dei suoi meravigliosi paesaggi naturali e dei siti d’interesse storico-culturale, e alla conoscenza delle bizzarre fiabe legate a leggendari personaggi, quest’oggi mi ha portato a visitare il castello di Brunico ed i laghi di Dobbiaco e Landro, per poi sconfinare in Veneto per trascorrere le ultime ore della giornata tra le vie di Cortina d’Ampezzo.

    Come precisato nel diario di viaggio di ieri, l’odierna base di partenza è stata Lutago, un grazioso paesino vicino a Brunico, posto a pochi chilometri dai siti programmati per quest’odierna giornata di escursioni.
    Alzato con qualche postumo di fatica nelle gambe a seguito della gara podistica di ieri, alle 9,00, dopo aver consumato una succulenta colazione in albergo, mi sono messo in viaggio per raggiungere il castello di Brunico o meglio Castel Juval.

    Raggiunto in appena dieci minuti d’auto, questa magnifica ed imponente fortezza sorge sulla collina Kühbergl, nel centro storico di questa elegante cittadina altoatesina.
    Le sue origini risalgono al 1251 grazie al principe vescovo di Bressanon,e Bruno von Kirchberg, con la finalità di ampliare il potere temporale della Contea della Val Pusteria. Oggi questa fortezza è sede del museo di Reinhold Messner, dedicato al "mito della montagna". Il museo ospita molte collezioni d'arte come una raccolta di cimeli tibetani, una galleria di quadri di montagne, ed una collezione di maschere provenienti dai cinque continenti. Queste opere mettono in risalto l'importanza della montagna nella spiritualità di molti popoli.

    Molte le stanze arredate a tema. Il piano interrato è dedicato al continente africano, il piano terra all'Europa, il primo al Sud America, il secondo al popolo Inca ed alle stanze vescovili,, il cortile interno è sede di una mostra temporanea e di una sala cinema. Il tour all'interno del castello mi ha riservato molte emozioni, alla luce del materiale esposto nelle varie sale, materiali che raccontano la vita, la cultura, e le tappe evolutive dei popoli che abitano le regioni montane più importanti al mondo, dalle Alpi all'Himalaya, dalle Ande all'Africa.
    Il tour della durata di circa un'ora, si è infine concluso sulla sommità della torretta, punto dal quale è stato possibile ammirare un panorama meraviglioso della città di Brunico.

    Lasciato il castello, la tappa successiva è stato il lago di Dobbiaco.
    Posto a pochi chilometri dell’omonima cittadina, denominata la “Porta delle Dolomiti, il Lago di Dobbiaco è uno specchio d'acqua relativamente piccolo di origine franosa, si trova in Val Pusteria ad una altezza di 1.176 m s.l.m., al confine con il parco naturale Dolomiti di Sesto e Fanes-Senes-Braies.
    La sua conformazione e l’ambiente che lo circonda lo rendono un vero gioiello alpino, nonché un sito di particolare interesse storico.
    Il giro ad anello di circa 4,5 chilometri è il miglior modo per poter apprezzare le sue bellezze naturali e paesaggistiche. Come punto di partenza dell’escursione ci sono due possibilità: partire dalla località Seghe, seguendo il torrente Rienza, oppure direttamente dal lago.

    Io chiaramente, dopo aver lasciato l’auto nell’adiacente parcheggio, ho optato per questa seconda possibilità. Il sentiero natura che gira intorno al lago ospita vari punti ristoro, ben undici pannelli informativi che forniscono informazioni sulla flora e sulla fauna dell'ambiente naturale in cui il lago è immerso, una graziosa spiaggetta e una piattaforma, ad hoc costruita, per consentire ai turisti di apprezzare al meglio le meraviglie di quest’altro paesaggio alpino di rara bellezza.
    Particolari attraenti, infine, sono i tanti ponticelli di legno sul lato sud del lago, che passano al di sopra del ruscello.

    Sotto il profilo storico, invece, il lago di Dobbiaco riveste una notevole importanza in virtù della presenza di un sistema di fortificazione di difesa composto da cinque bunker fatti costruire attorno al lago durante la Seconda Guerra Mondiale da Mussolini, per chiudere le vie d’accesso in Italia.
    L’esperienza vissuta di primo mattino in quello scenario da favola, anche in questo caso mi ha portato a cercare la fiaba ad esso legata.

    Nel 1304, presso la residenza di Castel Bruck, a Lienz, sopraggiunse la morte per Alberto II, conte di Gorizia. I figli decisero di rinchiudere la loro sorella Emerenziana in un monastero italiano. La strada verso il monastero era lunga e impervia e quindi come accompagnatore fu scelto il pio e prode cavaliere di Monguelfo, Baldassare. Durante il lungo viaggio il cavaliere venne rapito dalla tristezza e dalla bellezza di Emerenziana, se ne innamorò e la sposò. Non potendo tornare a Gorizia, per l’indignazione dei goriziani verso questo matrimonio, gli sposini fuggirono a Dobbiaco. I goriziani sul piede di guerra volevano distruggere Dobbiaco per vendicarsi contro Baldassare. Fu allora che si intromise il prevosto di San Candido e riuscì a fare da paciere, ottenendo la felicità di un banchetto di nozze al posto di una guerra sanguinaria. La leggenda narra che quando Baldassare apprese la notizia esclamò:” "Engel, oes is die G'far vorbei!"

    Grazie alla presenza di diversi ristoranti, ne ho approfittato per consumare un buon pasto a base di pollo alla brace e patatine fritte, quindi mi sono portato in auto per proseguire verso il vicino lago di Landro. Pochi chilometri accompagnato da una fastidiosa pioggia ed eccomi raggiungere il parcheggio fronte lago.

    Il Lago di Landro si presenta in un colore blu turchese ad un'altitudine di 1.400 m s.l.m. Anch'esso si trova al margine dei due parchi naturali Dolomiti di Sesto e Fanes-Senes-Braies.
    Degno di nota però non è solo il suo lago colore, ma anche la splendida vista che ha sul Gruppo del Cristallo. Il posto permette di godere di una piccola spiaggetta, di immeggersi nelle sue tiepide acque e di godersi in pieno relax le maestose montagne.
    Visto le avverse condizioni meteo, la mia presenza sul lago si è limitata ad osservarlo dall'interno dell'auto e, talvolta, ad uscire dalla macchina per qualche scatto fotografico.

    Chiuso il capitolo Lago di Landro il ritorno verso il residence di Cavalese è stato caratterizzato da un giro per le vie di Cortina d'Ampezzo, quest'oggi in festa per la tradizionale sfilata delle bande, annuale appuntamento musicale che coinvolge, da oltre 150 anni, più di 25 bande e gruppi folkloristici provenienti dall’Italia e dall’estero che tra concerti, sfilate, caroselli e tradizione popolare fanno vivere un’intera settimana a suon di musica.

  7. Giorno 7 - 28/09/2022

    Cavalese, 30 agosto 2022. La mummia Ötzi protagonista del giorno

    Chiusa la parentesi Brunico, oggi la mia esperienza di viaggiatore in solitaria è ripartita da Cavalese, in Val di Fiemme.
    Questa graziosa cittadina, posta in una magnifica valle, forse tra le più belle del Trentino insieme a quella di Fassa, è stata il punto di partenza di un tour all’insegna della natura, della storia, e del relax, che mi ha visto raggiungere la provincia di Bolzano e visitare, nell’ordine, il lago di Carezza, Bolzano e, infine, il lago di Caldaro.

    Situato ai piedi del Gruppo del Latemar, nell’alta Val d’Ega, a 1520 metri di altitudine, questo splendido lago cristallino dalle acque verde smeraldo, purtroppo sempre più di dimensioni ridotte, è un lago sottoposto a tutela paesaggistica, ed è percorribile lungo tutto il suo perimetro grazie a un caratteristico sentiero panoramico di circa 2 chilometri lungo il quale è possibile godere di un’atmosfera romantica e scattare foto ricordo di rara bellezza.
    In analogia a molti laghi del Trentino-Alto Adige, anche il lago di Carezza, definito dai locali il lago delle Favole delle Dolomiti o, come lo chiamano i Ladini, il Lech de l'ercaboan, ovvero il Lago Arcobaleno, è legato ad una fiaba.

    La protagonista è la bellissima Ninfa Ondina, una fanciulla timorosa d’essere rapita da un Mago cattivo mosso dalla necessità di estendere il suo potere dalla montagna, sulla quale viveva, al lago.
    La Ninfa, di tanto in tanto, usciva dalle acque per pettinarsi i lunghi capelli e cantare ai bordi del lago, però all’udire di rumori, s’impauriva e si rituffava nel le acque.

    La leggenda narra che il Mago, per riuscire a catturarla, un giorno costruì un arcobaleno capace di unire il lago con la montagna. Tale espediente incuriosì Ondina, la quale, riemergendo dalle acque per ammirarlo, s’imbattè con il Mago che, travestito da mercante, la esortò a seguirlo.
    I pesci del lago, assistendo diffidenti alla scena, esortarono la Ninfa a non ascoltarlo, in quanto tale invito mascherava un perfido tranello. La Ninfa, impaurita, decise allora di immergersi nuovamente mandando su tutte le furie il falso mercante che, per rabbia, frantumò l’arcobaleno.
    I pezzi luminosi che caddero nel lago dettero alle acque i riflessi ed i colori meravigliosi che ancor oggi si possono ammirare.

    Consapevole del fatto che la visita al lago di Carezza mi avrebbe riservato molte emozioni, alle 9,00 del mattino mi sono messo in auto, e dopo aver preso la statale che oltrepassa passo Lavaze, in circa 50 minuti ho raggiunto il grande parcheggio, già brulicante di auto e turisti.

    Oltrepassato il sottopasso che unisce il parcheggio al sentiero, eccomi giungere sul punto di osservazione del lago Carezza, una piccola terrazza dalla quale si può ammirare l’intero specchio d'acqua, scattare originali selfie e foto panoramiche.
    Il giro intorno al lago mi ha riservato molte emozioni; seguendo il sentiero ho apprezzato i riflessi ed i suoi colori, le imponenti montagne che gli fanno da sfondo e che in parte si riflettono sul lago, le lussureggianti distese di abeti che lo circondano, e le numerose piccole insenature di un verde intenso coperte da ninfee, tali da assomigliare a piccole piscine.
    In sintesi, un vero spettacolo della natura, anche se, come detto, rispetto al passato le sue dimensioni si sono notevolmente ridotte.

    Appagato per quanto visto, la tappa successiva è stata Bolzano, raggiunta in appena 35 minuti di auto.
    Capoluogo dell’omonima provincia autonoma, Bolzano è una città elegante e ordinata, in grado di offrire, ai tantissimi turisti che in ogni mese dell’anno la visitano, molte attrazioni.
    Sosta obbligata, dopo aver parcheggiato nell’adiacente autorimessa sotterranea, è stata piazza Walther.

    Posta nel cuore della città, la paragonerei ad un grande salotto perimetralmente circondata da bar, ristoranti e negozi, con al suo centro la statua dello scrittore Walther von dear Vogelweide.
    La piazza è altresì ricordata anche per dare spazio, ogni anno, ai famosissimi mercatini di Natale.

    Ma una delle principali attrazioni poste nelle immediate vicinanze di piazza Walther è il Duomo dallo stile romano gotico, dedicato a Maria Assunta e punto d’incontro di due culture, una proveniente dal nord Europa l'altra dal sud. Costruito tra il 1400 e il 1500 sui resti di antichissime chiese risalenti addirittura all’epoca paleocristiana e medievale, la sua bellezza risalta immediatamente agli occhi dei turisti già dall’esterno, grazie ai rivestimenti in marmo rosso e giallo ed al suo campanile a cipolla, costruito nel 1517, posto a 52 metri d’altezza.

    Ma il Duomo si caratterizza anche per altre importanti opere. Tra queste la porticina del vino, uno dei più bei portali gotici di tutto il Tirolo, ornato da diverse statue come la coppia di vignaioli in costume tipico dell'epoca; un dipinto risalente al XV secolo eseguito dagli allievi della scuola di Giotto, raffigurante un pellegrino di ritorno da Santiago di Compostela, come dimostra la conchiglia che porta al collo, che giace a terra colpito da una campana; il pulpito, capolavoro dello scalpellino Hans von Schussenried, lo stesso che ha realizzato il campanile, decorato con dei rilievi raffiguranti i simboli dei quattro evangelisti.

    A rimarcare il contrasto dello stile gotico da quello rinascimentale del Duomo, in quest’ultimo caso caratterizzati da vari dipinti della scuola di Giotto, è la presenza delle due rappresentazioni in stile gotico della Madonna : una posta in una cappella dietro l'altare maggiore, l'altra, una pietà di Hans von Judenburg del 1424.

    Infine, di grande effetto è il “Tesoro del Duomo”, una raccolta di corredi sacri di età medioevale e barocca posta in un museo ai piedi del campanile, composta da un ostensorio a forma di torre tardo-gotica in argento dorato risalente all’anno 1490; un presepe del 1700 con la presenza di una serie di statuette in legno che ricordano la passione di Cristo; le pergamene di Avignone del 1340; le statue in argento di San Giovanni Battista e Giovanni Evangelista.
    Decisamente un grande patrimonio storico-culturale che fanno del Duomo di Bolzano una grande attrazione, alla quale non mi sono assolutamente sottratto dal visitarlo in appena un’oretta.

    Uscito dal Duomo tante altre belle scoperte mi attendevano. La prima cosa che ho fatto è stata quella di portarmi a Piazza delle Erbe, molto nota per la presenza di un coloratissimo e frequentatissimo mercato dove è possibile acquistare i prodotti locali, ammirare la famosa fontana del Nettuno e la targa in memoria dell’albergo Al Sole, dove soggiornarono personaggi del calibro di Goethe e dell’Imperatore Giuseppe II.
    Molto pittoresca, infine, è la Via dei Portici, la principale via del centro storico di Bolzano, una strada ricca di negozi che conduce alla piazza del Grano, una piazza medievale sede in passato del mercato delle granaglie e della Casa della Pesa.

    Dopo aver consumato un veloce pasto in locale posto tra piazza Walther e via dei Portici, l’ultima tappa è stata la visita al museo archeologico, un sito di grande valore storico-culturale da me considerato meta primaria dell’odierna escursione, in quanto custode della famosissima mummia di Ötzi o mummia di Similaun.

    Dopo aver pagato 13 euro di biglietto mi sono portato all’interno del museo, quasi completamente dedicato a questa mummia risalente ad un'epoca compresa tra il 3300 e il 3100 a.C.
    Fu scoperta nel 1991 da escursionisti a 3210 metri di quota sulle Alpi Venoste, vicino al Similaun, su territorio italiano, a circa 100 metri dal confine austriaco, in un perfetto stato di conservazione.

    La mostra, all’uopo allestita su tre piani dell’edificio, permette di capire come l’uomo venuto dal ghiaccio viveva durante l’età del Rame, ammirare i suoi abiti e gli attrezzi che aveva con se al momento del rinvenimento, e conoscere i risultati ottenuti dalle ricerche scientifiche condotte su di esso. Ma il museo offre anche altre importanti testimonianze scoperte in Trentino, come vari reperti archeologici risalenti ad un periodo che va dal Paleolitico all'Alto Medioevo (epoca carolingia).

    Conclusa l’escursione a Bolzano, tappa finale della giornata è stata il lago di Caldaro.
    Raggiunto in circa 30 minuti percorrendo la Strada del Vino, molto caratteristica per la presenza di grandi distese di vigneti, il lago di Caldaro si trova nell'Oltradige a 216 metri d’altezza nel Comune dell’omonima cittadina ad appena 20 chilometri da Bolzano.

    Particolarmente rinomato per le sue potenzialità ricettive, e per le svariate opportunità di divertimento e sport che è in grado di offrire, questo lago rappresenta un luogo di prim’ordine per gli abitanti del posto, e non solo, dove è altresì possibile trascorrere il tempo libero in assoluto relax. Attratto quindi proprio da questo aspetto, la mia visita al lago di Caldaro si è particolarmente concentrata sul cosiddetto ozio più assoluto.
    Dopo aver con fatica trovato un posto al parcheggio, ho pagato l’accesso in uno dei quattro lidi, e mi sono portato su un tratto del lago per concedermi un paio d’ore di assoluto riposo disteso su un tratto di prato.

    La scelta del posto non è stata causale, ma ben studiata, anche perché la spiaggetta, in passato meta di una gara di triathlon e di un paio di visita, dal mio speciale punto di osservazione mi ha permesso di apprezzare l’intero contesto paesaggistico del lago che, in virtù dei suoi 1,8 chilometri di lunghezza e 0,9 chilometri di larghezza, è considerata tra le aree protette più note della Regione.
    Insomma, il posto giusto per un adeguato relax dopo una giornata trascorsa a camminare.

    Con la visita al lago di Caldaro, posso ritenere definitivamente chiusa la mia esperienza di viaggiatore in solitaria lungo i sette itinerari che mesi prima della partenza avevo tracciato.
    Nei restanti giorni di permanenza a Cavalese, mi dedicherò alla ripresa dei miei allenamenti ed a visitare i siti presenti nel circondario di questo magnifica cittadina trentina.

    Spero che la mia avventura abbia destato il vostro interesse e, al contempo, incentivato la voglia di venire a scoprire questi magnifici gioielli naturali e storici.

    Grazie
    Stefano

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